La prova più difficile

  Apre il pacchetto di sigarette, come ha visto fare tante volte ai suoi compagni. Accartoccia la plastica e se la infila in tasca, prendendo fuori l’accendino che ha preso in prestito (senza chiederglielo) a sua madre. È rosa e lo trova irritante, se n’è quasi pentito.
  Poi fa una cosa che ha visto sempre fare in quei film dove i protagonisti sono detective con l’impermeabile tristi e soli nei loro dubbi:  afferra una sigaretta con la bocca, provocando uno sguardo di focosa disapprovazione dall’anziana signora seduta dietro di lui alla fermata.
  Non ne aveva mai tenuta una in bocca, la trova fredda e insapore come un pezzo di tofu. La parte  più difficile per F. però è far funzionare l’accendino, tanto più che è mancino, quella mattina gli tremano le mani e non riesce a stare fermo un secondo, facendo rapidi passi a destra e sinistra, rischiando continuamente di sbattere lo zaino in faccia alle altre persone in attesa come lui.
  Dopo vari tentativi e un pollice dolorante, avvicina la timida fiammella alla sigaretta, ma non appena si illumina di brace avverte quella familiare vibrazione sotto le scarpe e sente quell’altrettanto familiare sferragliare di freni, e un secondo dopo appare la corriera. Per la sorpresa inala troppo fumo e tossisce come un tisico in punto di morte. Getta la maledetta sigaretta a terra e si affretta a salire a bordo prima che quella vecchia gli rubi il posto come fa sempre.
  Quando la corriera volta l’angolo, la sigaretta non si è ancora spenta.

  Dal penultimo posto in fondo a destra F. guarda gli altri passeggeri salire man mano lungo il percorso della corriera. Li riconosce più o meno tutti, ma non ne conosce nessuno. Sono semplicemente facce che lo fanno sentire meno solo nel fare quel viaggio tutti i giorni, soprattutto quando come oggi ha dimenticato il lettore MP3, che di solito lo culla con la voce di Florence Welch o Brian Molko.
  C’è tuttavia una consapevolezza nuova che si fa avanti strisciando nella sua testa, mentre senza davvero leggerli fissa gli appunti scritti in una grafia prossima al geroglifico, torturando l’angolo del foglio con le dita: questa è l’ultima volta che vedrò le loro facce, l’ultima volta che guarderò il mio riflesso assonnato nel finestrino della corriera, l’ultima volta che potrò dimenticarmi il lettore MP3.

  Adesso non c’è nulla che interrompe il suo rito, mentre (tossicchiando) fuma la prima sigaretta della sua vita, fermo sul marciapiede, guardando gli altri studenti entrare, accomunati al suo stesso destino. Fa qualche cenno di saluto e sorriso, ma se prima non riusciva a stare fermo, adesso quasi non riesce a muoversi. Ma dove cazzo sei?
  L’ultima boccata è la più lenta, la più disperata, e quando getta il mozzicone a terra giurerebbe di sentire un boato, un’esplosione seguita da un rumore di vetri in frantumi. Senza alcun senso gli vengono in  mente le torri gemelle nei loro ultimi istanti.
  “Ehm…” Una voce alle sue spalle lo fa riemergere dai suoi pensieri distruttivi, e quando si gira c’è G..
  “Che fai, fumi?” Gli chiede, e com’è calma la sua voce. Com’è necessaria.
  “Penso di avere già smesso.” F. sorride, con un lungo sospiro.
  Stanno in silenzio quindici secondi, fra di loro non più di trenta centimetri, poi G. guarda in basso e gli indica le caviglie. “Hai messo i calzini diversi stamattina.”
  “Gabri, mi sono svegliato all’alba, ho guardato la tv un’ora come uno zombie, ho anche dimenticato di fare colazione, avevo preparato un cavolo di toast, ma poi…”
  Non può finire la frase perché G. si avvicina e lo bacia. Dura qualche istante, poi si separano. Dietro di loro qualcuno fischia. F. è completamente intontito e non capisce quello che è successo, mentre G., le guance infuocate, gli sistema i capelli.
  “Fil, anche io me la faccio sotto, ma ecco com’è andrà a finire”. G. gli prende entrambe le mani, e lo guarda dritto negli occhi. Come sono profondi, come sono accoglienti. “Adesso io e te entriamo lì dentro, scriviamo qualche risposta su tutti quei fogli malvagi e poi ce ne andiamo, per non tornare mai più qui. Ci stai?”
  Era sempre stato così semplice? Bastava veramente entrare e uscire? Fino a pochi minuti prima F. avrebbe giurato che era impossibile sopravvivere a quella mattina, ma adesso…
  “S-sì, ci sto.”
  “Come scusa, hai detto qualcosa?”
  F. prende fiato e grida:” Cazzo sì, facciamolo!”, e poi lo bacia di slancio, quasi lo spinge a terra.
  “Mi piace tanto quando sei volgare.” G. ride, se prima le sue guance erano infuocate ora sono una colata lavica.
  Quello che succede dopo è che, tenendosi per mano, varcano le porte verdi della scuola.
  Visti da dietro, sono due zaini che camminano, come tutti gli altri.

(Dalla serata del Laboratorio dedicata alla Narrazione. A chi potrebbe interessare, qui il loro sito)

Annunci

3 risposte a “La prova più difficile

  1. Peccato che il corso sia a Bologna perchè mi aveva quasi convinta!
    Tornando al tuo testo ho pensato alla mia prima sigaretta, all’aria fredda davanti scuola col sole pallido, alla maturità…poi sono andata sul drammatico e ho pensato ad un ospedale e che F e G dovessero fare una valutazione psichiatrica quel giorno. Per fortuna li hai mandati a scuola proprio all’ultimo 🙂

Dimmi quello che ti passa per la testa.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...